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CORONAVIRUS: C’E’ CHI PROPONE IL TAMPONE RETTALE E A CHI PIACE

Studio shot of a happy senior seated on a toilet isolated on white background

Il tampone rettale come strumento che possa darci la certezza di non essere contagiosi. È la proposta di alcuni studiosi, derivante da lavori di ricerca sul Coronavirus. Diversi si sono incentrati sulla permanenza di tracce di Covid-19 nelle feci di chi lo ha contratto e si è poi negativizzato. Avete capito bene: secondo un ultimo studio, proveniente da un’équipe di ricercatori romani, non basta guarire per smettere di essere infetti. Il virus può restare negli escrementi per molti  giorni (fino a quaranta, secondo lo studio) dopo l’esecuzione del tampone negativo. Evidentemente perché sparisce per ultimo dall’intestino, almeno in alcuni pazienti che sarebbero la maggior parte, secondo lo studio romano: il 73% dei casi analizzati riportava ancora virus nelle feci dopo due tamponi negativi. L’ultima proposta, in ordine di tempo, di sottoporre anche a tampone rettale una persona che ha avuto il Coronavirus arriva dal professor Claudio Giorlandino, ginecologo, direttore sanitario del Gruppo Altamedica dell’Altamedica medical center di Roma, che ha eseguito quest’ultimo studio. Ma Giorlandino non è il solo. Anche Antonella Viola, immunologa e direttore scientifico dell’istituto di ricerca pediatrica Irp-Città della Speranza di Padova, già alla metà di marzo, dichiarava, in un comunicato stampa dell’istituto, che “il tampone rettale forse potrebbe dare indicazioni non solo dell’efficacia del trattamento, ma anche sulla durata della quarantena richiesta”. Lo studio di oggi ne segue altri sullo stesso tema, eseguiti per lo più in Cina. Anche noi ne avevamo parlato. Per esempio, un approfondimento pubblicato sugli Annals of Internal Medicine, a cura del Ditan Ospital di Pechino, affermava già a marzo che tracce di virus resistono in feci e saliva dei guariti. Un altro, sempre cinese e pubblicato su Nature Medicine, era stato invece eseguito analizzando campioni nasofaringei e rettali di 745 bambini e 3174 adulti che avevano avuto contatti ravvicinati con soggetti con Covid-19. Anche da qui emergeva che il virus si manifestava, oltre che nel tratto respiratorio anche nelle feci. In alcuni casi anche quando il tampone faringeo negativo segnalava la fine della malattia. Questo può intanto indurci a curare con particolare attenzione l’igiene personale e delle nostre toilette. Massimo Galli, infettivologo dell’ospedale Sacco di Milano, tempo fa ha suggerito in un’intervista a Repubblica, di tirare lo sciacquone sempre con lo sportello del water chiuso, per evitare l’effetto aerosol per chi entra in bagno dopo di noi. Al momento, in Italia, il tampone rettale non è la via maestra per il monitoraggio: quando parliamo di tamponi per la diagnosi, intendiamo tamponi rino-faringei, i soli menzionati dalle faq sul sito del ministero della Salute. Tamponi rettali sono stati finora eseguiti soltanto su alcuni pazienti ricoverati per aver contratto forme gravi di Covid e su neonati e bambini. I risultati dello studio di oggi, forse, potranno spingere in questa direzione.

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